Penne stilografiche
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LA SCRITTURA NELLA STORIA
LA STORIA DELLA SCRITTURA




I PENNINI


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E’ probabile che oggi uno studente possa avere qualche perplessità nel vedere o nel tentare di utilizzare il pennino. Ai suoi occhi potrebbe quantomeno apparire uno strumento dell’antichità! I suoi genitori probabilmente lo ricordano meglio….
Non è passato poi così tanto tempo da quando lo si usava correntemente a scuola, ciò avveniva fino agli anni 60 circa. Allora, certi inflessibili insegnati, non tolleravano macchie sui fogli, sgorbi o tratti ineguali e non tolleravano che si rimanesse indietro nella scrittura. Infatti chi disturbava, ad esempio, veniva “condannato” a scrivere a casa 300 volte: a scuola non si deve disturbare….. Il giorno dopo il controllo era inflessibile! Il terrore ti prendeva poi nei dettati in classe.

Lì, nella foga del tempo limitato, cercando di far bene si faceva malissimo e accadeva di tutto… Se per prudenza si intingeva poco il pennino nel calamaio per evitare macchie, non era improbabile che l’inchiostro non scendesse, se si intingeva un po’ di più (vista la mala partita), ecco macchiato prima il banco (nel trasporto), poi il foglio, infine le mani. Successivamente, dopo un po’ era il turno del viso (anche se non si capiva bene il perché), e finalmente il grembiule (bisognava pur pulirsi)… Chi scrive non ricorda di essere mai arrivato a casa con le mani perfettamente pulite, soprattutto quando c’era il compito in classe.
L’inchiostro era praticamente un incubo costante, senza voler parlare degli scherzi (ovviamente all’inchiostro) dei compagni vicini di banco (particolarmente bersagliati erano quelli in maggior difficoltà perché, anche se non sembra, i bambini sanno essere particolarmente cattivi). E’ il caso di dire che se ne facevano di tutti i colori!

Il pennino poi! Maledetto, era lui la causa di tutto. Quanti ne abbiamo cambiati, prima di trovare quello che scriveva correttamente …. Probabilmente tutti noi gli abbiamo lanciato anatemi, chi più chi meno. Ma non siamo stati gli unici! Lo fecero anche i nostri antenati, intorno alla metà del 1800, quando apparve loro per la prima volta e detronizzò lo strumento che accompagnava da tanti secoli l’uomo nella sua scrittura e a cui si era evidentemente affezionato.

Allora si usava la penna d’oca, strumento naturale e assai leggero. Perdipiù era nobile: “… un’ala che ha potuto volare…” (le penne erano perlopiù tratte dalle penne remiganti dell’ala destra del volatile). Questa servile innovazione meccanica invece, era da molti ritenuta pericolosa (Jules Janin nel 1857 lo malediceva, imputandogli di esser causa dei mali della società moderna, assieme al primo uomo che lo trasse dal vile ferro… e così che siate entrambi maledetti …). Questo pennino è freddo, è simile ad un piccolo pugnale temprato nel veleno, dicevano altri e continuavano: ha due tagli come le lingue biforcute dei calunniatori… Come si vede, anche allora il pennino novità era male accolto e da molti condannato all’ostracismo. Ma si sa, il progresso non si ferma. Il pennino era ormai destinato ad avere comunque il monopolio della scrittura, a scapito della penna d’oca.

Quel che è curioso è semmai il fatto che (ma evidentemente qualche maledizione è giunta a segno) nonostante la sua immensa diffusione che fece arricchire molti industriali e che sembrava non aver termine, ad un certo punto ogni produzione cessò. La sua vita fu, tutto sommato, breve. Durò circa un secolo, quasi nulla se paragonato all’antenato calamo e alla penna d’oca, che vennero usati almeno per tremila anni, in vastissime aree geografiche, da quasi tutte le popolazioni.

Nonostante la sua “breve vita”, il pennino ha svolto un ruolo fondamentale per la diffusione della scrittura e della alfabetizzazione dei popoli. Nel diciannovesimo secolo anche le oche furono più contente. Finalmente poterono conservarsi meglio, nella loro pur breve esistenza, senza essere prima rincorse e poi spennate!

Ad onor del vero occorre dire che il pennino era comparso, se pur sporadicamente, anche nel medio evo e nell’evo moderno. Ad esempio, nel 1691 le religiose di Port Royal usavano pennini di rame che fabbricavano da sé. Nel 1717 i verbali degli stati generali dei Paesi Bassi, venivano redatti con pennini di forma tubolare in argento, montati su cilindri/penne anch’essi d’argento. Il 26/11/1738, Voltaire scrive a Thierot per fare una ordinazione di pennini d’oro. Nel 1763, la principessa di Carignano offre al piccolo Mozart pennini d’argento per il suo settimo compleanno…!

In quegli anni, la loro mancata affermazione si dovette principalmente a due cause. Al fatto che ponevano comunque, nel loro uso, problemi di difficile soluzione tecnica e che erano comunque strumenti d’elite, costruiti a mano uno per uno. Solo la rivoluzione industriale permetterà al pennino di affermarsi come indiscusso mediatore della scrittura. La sua storia si intreccia così con quella sociale e di massa e con le sue necessità sempre più pressanti di scrittura. Si moltiplicano in breve tempo gli uffici privati e pubblici, nasce la posta e tra le riforme dei primi governi liberali, figura ai primi posti, l’istruzione.

Sembra che i primi pennini artigianali nascano in Inghilterra, precisamente a Birmingham. Gillot, Mason, Mitchell, e Perry sono i loro inventori. Gillot in particolare, grazie al suo apprendistato con il celebre coltellinaio Skinner, gode di un gran vantaggio: è in grado di conoscere e poi mantenere a lungo il segreto del procedimento industriale di fusione, tempra e laminazione dei metalli. Può così sfruttare appieno i nuovi macchinari. Presse a bilancere, trance e macchine a vapore fisse comprese, con la loro velocità e instancabilità. Il prezzo di questi piccoli manufatti industriali è così enormemente inferiore rispetto a quelli costruiti artigianalmente, basti considerare che una confezione di 144 di questi pennini (detta grossa), costava quanto uno solo realizzato artigianalmente!

Ecco che possiamo tranquillamente parlare di dinastie del pennino, almeno in Inghilterra. Negli altri paesi d’Europa, si procede più lentamente. Arretratezza strutturale e tanti pregiudizi frenavano lo sviluppo. La Francia è forse la prima, con Pierre Blanzy, importatore di pennini dall’Inghilterra, a capire l’importanza e la potenzialità del pennino industriale e stringe accordi tecnico/commerciali coi più importanti produttori britannici. I tedeschi sono più lenti e conservatori. Complice anche l’immenso numero di oche che vivevano sui loro territori e che non costavano praticamente nulla…

Dal 1905, si comincerà, seppur lentamente, anche in Germania a produrre pennini… In Italia occorrerà invece attendere dopo il 1920 quando, complice l’autarchia del regime, si estenderà anche a questo modesto prodotto, una produzione industriale non disgiunta dalla ricerca del consenso anche nelle piccole cose (vedi es. il pennino la cui scatola tricolore intitolata “penna littorio” con tanto di bandiera e fascio, veniva prodotto in tutte le gradazioni e magnificato, ovviamente anche dal primo “maestro”….).

E l’America? L’america si svegliò, per così dire, solo dopo la prima guerra mondiale. Ma che risveglio! Lanciarono, come nel loro stile, una aggressiva e vincente campagna a base di penne stilografiche e di macchine da scrivere! E scusate se è poco…

Il pennino comunque non muore a seguito di questa prima offensiva, subisce qualche contraccolpo ma continua la marcia trionfale e si espande anche in Cina e in Giappone, nonostante in questi paesi si usasse normalmente il pennello per gli ideogrammi. Una curiosità. Allora l’acciaio migliore per i pennini arrivava da Sheffield (GB) e con una tonnellata se ne producevano circa 1.700.000 pezzi.

Sarebbe però un errore credere che il pennino fosse di semplicistica costruzione. Le fasi della sua lavorazione erano invece numerose e complesse. Si partiva generalmente da laminati di spessore variabile da 1 a 3 millimetri e su queste strisce si disegnavano i pezzi che venivano successivamente tranciati, sagomati, forati, stampigliati, incurvati, sgrassati. Alla punta veniva poi saldato un grano di iridio o di osmio iridio (metalli particolarmente resistenti, ricordiamo il brevetto “osmiroid”, lega praticamente indistruttibile), infine le punte stesse sono tagliate, rettificate, levigate, pulite e brillantate. Il pennino era così pronto per il commercio, ma qualcosa mancava.

Parallelamente all’industria del pennino, nacque così quella delle scatole per contenerli. Latta e cartone erano i principali materiali, con una caratteristica comune: serigrafie, etichette colorate, disegni, grafica d’effetto, tutto veniva usato per dare fascino e meglio diffondere il loro contenuto. Il messaggio pubblicitario era notevole. I Francesi riportavano sulle etichette scrittori famosi, eroi romantici, episodi di storia militare, quelle Italiane esaltavano perlopiù la monarchia e soprattutto il regime fascista, il militarismo, l’audacia, la velocità, la vittoria e l’impero da conquistare. Quelle tedesche avevano croci uncinate, scene militari, l’immancabile aquila nera, assieme a marchi già conosciuti ed apprezzati. Per finire vi erano anche scene equestri o esotiche…

Possiamo dire che i produttori rispecchiassero nei loro prodotti il momento storico, cosicchè il loro esame ci fa conoscere le ideologie di allora, testimonianze (seppur ridotte) della umana storia!

Del pennino vi sono state oltre 10.000 varianti. Moda, tecnica, fantasia, creazioni tecnologiche e studi di forme, tutto era preso ad ispirazione e se ne vantava la superiorità, promuovendo ora questa ora quello!

Si arrivò a produrre pennini con nomi più o meno importanti, con materiali fantasiosi e più diversi, si produssero anche penne in vetro (che scrivono tranquillamente, checchè se ne pensi), pennini con forme più varie (famosi quelli a manina e dito, con torri, ecc…), fino ad arrivare a pennini protesi per combattere il crampo dello scrittore e a pennini conici i cui fianchi parevano pettini per baffi (e allora andavano proprio di moda certi baffoni…).

Questa realtà pareva proprio non dovesse tramontare mai, vista la fantasia dei produttori e il basso costo unitario del pennino, che poteva essere tranquillamente abbinato ad una semplice cannuccia di legno. Vi erano però anche pennini d’oro e d’argento, con altrettanto pregiati steli o cannucce (stilofori) in cui inserirli. Anche le pietre preziose erano usate, come le lavorazioni filigrèe, veramente affascinanti alla vista. Ovviamente tutto ciò era riservato ai più abbienti.

Ma quello che all’inizio non era riuscito all’America, meglio riuscì ad un tale chiamato Laslo Biro e a chi venne dopo di lui a sfruttare i brevetti della sua penna, invadendo tutto il mondo appunto di penne biro. Così, come accade in certe storie coinvolgenti ed affascinanti, il tramonto è tanto repentino quanto triste. Il pennino muore, ma non del tutto. Lascia importanti eredi, senza dubbio più affascinanti di lui: le penne stilografiche, ed è appunto di queste che ci occupiamo, spendendo per il pennino le ultime parole di commiato.

Grazie pennino, forse all’inizio non ti abbiamo trattato molto bene, ma sappi che noi collezionisti ed appassionati, ancora ti ricerchiamo e ti usiamo, a dire il vero sporadicamente, ma quando avviene, ancora proviamo il brivido del calamaio e del tuo scricchiolìo sulla carta.

E a proposito di carta, come non salutare anche il nostro benefattore, inventore della carta assorbente? Chissà poi perché, contemporaneamente, ci viene in mente una severa maestra che, con la sua bacchetta e lo sguardo truce, pareva emersa da un girone dantesco…!






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